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Compendio

Pubblicato da Claudio, Domenica 30 novembre 2008

Rompo il silenzio per comunicarvi intanto che sì, sono vivo (e non è una cosa da poco) e che se non aggiorno il blog né mi si vede in giro per i vari altri luoghi del web è perché sono totalmente preso dal menage Gaia-lavoro, mai così esigente in termini di tempo quanto in quest'ultimo periodo.

Dal momento che, comunque, non ho del tutto smesso di vivere, vi lascio alcuni pensieri e riflessioni sparse sul materiale cultural-intrattenitivo che ha alleviato le mie giornate in questi ultimi mesi.

LIBRI

La scatola a forma di cuore

La scatola a forma di cuore
Ero curiosissimo di leggere questo romanzo di Joe Hill, figlio di Stephen King, ma dico subito che ha parzialmente deluso le mie aspettative. Ci sono moltissimi gustosi elementi che rimandano al King padre, e non c'è dubbio che il DNA del Re sia ben presente nelle vene del suo giovane erede; ma per altri versi la storia, pur partendo da premesse interessanti, non cattura completamente. Anche perché certi spunti potenzialmente intriganti non sono approfonditi abbastanza: solo per fare un esempio, le telefonate dall'aldilà sono accettate da Judas Coyne, la rockstar protagonista, con una piattezza deludente. In ogni caso la stoffa c'è, e mi aspetto grandi cose in futuro da Joe Hill.

La fine è nota

La fine è nota
Un giallo americano degli anni '50 di un autore, Geoffrey Holiday Hall, del quale non si è mai saputo nulla (che fosse lo pseudonimo di un autore ben più famoso in vacanza - come parrebbe suggerire il cognome - da una produzione più impegnata?), ma che ha catturato l'attenzione di tutti per una profondità di personaggi e vicende che esula decisamente dal genere (e dalla qualità media degli altri Gialli Mondadori, collana in cui fu originariamente pubblicato), tanto che a tratti può ricordare Faulkner (o, figurativamente, i quadri di Hopper), specie per l'accuratezza con cui vengono rese le atmosfere della provincia americana. Una lettura piacevolissima, da cui - cosa assai curiosa, per certi versi - è stato anche tratto un film di Cristina Comencini.

Crimini italiani

Crimini italiani
Raccolta dimenticabilissima di racconti gialli di autori italiani contemporanei. Alcuni (quello di Faletti spicca su tutti come esempio da NON seguire) sono di un pochezza disarmante, solo un paio si salvano, anzi sono decisamente gradevoli: in particolare quelli di Carofiglio (uno degli autori migliori del nostro panorama attuale), e quello di Diego Silva; dove si vaga, oltre che per i desolati e banali scenari della criminalità italiana frequentati dagli altri racconti, anche nei territori ben più affascinanti della mente umana.

Glen Ballard - i racconti 1969-1992

Glen Ballard
Di Ballard avevo letto solo Cocaine Nights, e quel giallo ambientato nel microcosmo di una società chiusa di ricchi perdigiorno, autoconfinatisi in una prigione dorata sotto forma di un villaggio turistico nella costa spagnola, mi era piaciuto abbastanza. I racconti che questa antologia edita da Fanucci raccoglie, invece, mi sono piaciuti molto meno. Innanzitutto i motivi ricorrenti di Ballard (soprattutto il volo individuale in aereo) presenti fino all'ossessione in tutta la sua produzione, all'ennesima ripetizione hanno finito per infastidirmi; poi alcune delle ucronie e distopie generate dalla mente dello scrittore britannico qui mi sono sembrate poco ispirate. Alcune idee però sono geniali e ben eseguite (come ad esempio la descrizione di una società del futuro in cui il contatto umano è vietato e i rapporti sociali - compreso il matrimonio e la procreazione - sono svolti tramite TV; per cui l'incontro fisico, quando avviene, porta a conseguenze nefaste), oppure il racconto "epistolare" sulla stazione spaziale.

Il passato è una terra straniera/ Ragionevoli dubbi

Gianrico Carofiglio
Carofiglio si conferma uno degli autori più abili (e furbi, aggiungerei) del panorama "di genere" italiano; è certamente abile a tratteggiare le psicologie dei suoi personaggi (ben riuscito soprattutto l'avvocato Guerrieri, con tutte le idiosincrasie tipiche dell'attuale generazione di quarantenni), scrive con una prosa semplice e scorrevole e infonde nelle sue storie un elemento giallo/legal thriller che, benché abbastanza blando, fa da collante tra i vari capitoli e spinge a proseguire la lettura. Piacevole, anche se innocuo.

SERIE TV

Romanzo Criminale - La serie

Alcuni protagonisti della serie
Ah, finalmente una boccata di aria fresca nel panorama delle fiction televisive italiane! Chi fosse stato ormai ridotto alla catatonia dall'italianesimo decerebrato dei soliti Carabinieri, RIS, Distretti di Polizia, Squadre, in questo Romanzo Criminale coprodotto da Sky e Cattleya troverà pane per i suoi denti. Personaggi truci, implacabili (interpretati da attori rigorosamente semi-sconosciuti, scelta a mio avviso vincente), vicende crude e realistiche, ritmi serrati, fotografia desaturata il giusto, regia incisiva e una ricostruzione storica impeccabile (non ho ancora adocchiato un anacronismo che sia uno, le strade sono piene di macchine dell'epoca fino alla linea dell'orizzonte e i vestiti sembrano tirati fuori dagli armadi naftalinici dei nostri genitori) compongono un quadro di insieme godibilissimo, e che riporta in me un po' di fiducia nella professionalità delle produzioni del nostro paese. Perché se un tempo, pur finiti i tempi d'oro di Fellini e Antonioni, eravamo comunque un modello per un certo tipo di cinema poliziottesco anni '70, adesso cinematograficamente parlando siamo lo zimbello delle altre nazioni. Ma adesso Spagna e Francia tremate: sono arrivati Il Libanese e il Freddo, e sono pronti a conquistare anche le vostre televisioni!

Murder Party

Gustosa mise-en-scene liberamente tratta da un romanzo di Agatha Christie. Ancora è presto per giudicare sul suo effettivo valore, ma le premesse per degli sviluppi interessanti fino a ora ci sono tutte.

Il Commissario Montalbano

Il Commissario Montalbano
Nelle ultime settimane la RAI ci ha proposto quattro nuovi film del commissario più famoso d'Italia, tratti da altrettanti romanzi di Camilleri. Rispetto a quanto ricordavo, la regia è pedestre, la recitazione legnosa e molte scene sono tirate per i capelli; tuttavia ci sono alcuni importanti elementi che salvano questa produzione dal naufragio. Una è la simpatia irresistibile di Catarella, resa benissimo da un Angelo Russo mai così divertente; l'altra, indiscussa protagonista, è la bellezza degli scenari naturali siciliani, che non a caso ha ispirato la creazione di un libro che li ripercorresse, identificandoli a tutto vantaggio di chi voglia esplorare questa terra affascinante. Una fotografia più attenta ai paesaggi che alle vicende, e soprattutto una eccezionale scelta delle location rendono giustizia alla straordinaria natura della regione più bella d'Italia. Esterni assolati e scabri, spiagge deserte sul cui mare si protendono le verande delle case, terrazze che affacciano su cattedrali di pietra calcarea, paesi abbarbicati alle colline come presepi, atmosfere rarefatte e sospese, senza la minima concessione alla modernità: tutte le case e gli esercizi commerciali infatti sono veri e propri musei, con tendaggi, parati e arredamenti barocchi pesanti e decadenti. Uno sfondo teatrale, perfetto scenario dove i personaggi delle storie di Camilleri si muovono come fantasmi tra le vestigia di un passato troppo grande per essere toccato dalle miserie del presente.

VIDEOGIOCHI

The Last Remnant

The Last Remnant
Avevo grandi aspettative per il primo JRPG della Square su Xbox 360, ma ho cominciato ad avere delle perplessità quando ho visto fin dalle prime sequenze l'uso dilettantesco che era stato fatto dell'Unreal Engine, con un effetto pop-up delle texture davvero scandaloso, tempi di caricamento lunghissimi e in generale un look sciatto di ambienti e dei personaggi. La grafica non è migliore di quella di Final Fantasy XII su Playstation 2, e questo la dice lunga; in attesa di ritrovare la voglia di approfondirlo, ho messo questo gioco in stand-by e mi sono buttato a pesce su...

Gears of War 2

Gears of War 2
Che spettacolo, ragazzi! Una grafica fantastica, musiche ed effetti sonori testosteronici, un'ambientazione curata maniacalmente per una storia cupa e brutale, ma soprattutto un'atmosfera da Oscar, il tutto condensato in un'esperienza di gioco coinvolgente e decisamente più varia di quella del primo capitolo. Questa è la next-gen! La cosa notevole di GoW2 (come anche del primo) è proprio la sensazione di far parte di una campagna di guerra più vasta del solito approccio dell'eroe-solitario-che-fa-tutto-lui. Le comunicazioni radio, i dialoghi con i commilitoni, gli incarichi dal quartier generale, tutto è studiato a puntino per immergere il giocatore in un'esperienza post-apocalittica che pochi riusciranno a dimenticare. Complimenti alla Epic Games, finalmente qualcuno che tiene fede con i fatti al proprio nome!

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Andrea D'Angelo - La Rocca dei Silenzi

Pubblicato da Claudio, Domenica 07 settembre 2008

La Rocca dei Silenzi
Non è una passeggiata leggere "La Rocca dei Silenzi".

Certo, è un fantasy, un genere che di solito si accompagna all'idea di evasione, ma come dichiara Andrea D'Angelo nella "Nota dell'Autore" alla fine del libro per lui il fantasy è un modo per riflettere sui problemi della realtà; e dal fatto che sul particolare spunto di questo romanzo egli non sia riuscito a trovare una risposta soddisfacente scaturisce un romanzo che riflette il suo dissidio in più di un modo.

i personaggi sono di grande complessità e spessore
Innannzitutto lo fa attraverso personaggi di grande complessità e spessore. La maggior parte dei romanzi fantasy si limita a tratteggiare i personaggi attribuendo loro una ben precisa caratteristica (la ferita del passato, un'ossessione, una debolezza) e imposta le dinamiche su questo; invece Andrea va oltre e tenta una caratterizzazione quanto mai realistica, dove ogni personaggio ha diverse sfumature di grigio, e dove non esiste nessuna certezza: si brancola nel buio, sia nei rapporti interpersonali, sia nella ricerca della verità sulla Rocca di Ammothàd, condotta parallelamente attraverso un'investigazione nella torre di Dothròm (regno del potere e delle trame dei fruitori di Magia) e una vera e propria catàbasi all'interno delle viscere del dungeon, che rappresenta il fulcro del romanzo.

I rapporti all'interno dell'eterogeneo (per estrazione, razze e obiettivi) gruppo di eroi che sfiderà le oscure viscere della Rocca non sono mai definiti; le incomprensioni e i dissidi sono continui, e il picco di interesse sotto questo aspetto credo si raggiunga quando i sette superstiti decidono di dividersi in tre gruppi per esplorare altrettante vie, e le tensioni crescono in modo palpabile.

uno stile aspro e scabro, per una scrittura impeccabile, che va dal lirico al turpiloquio
E' una lettura difficile, dicevo all'inizio, non solo per la difficoltà di inquadrare i personaggi in schemi e pattern ben definiti, permettendo quindi di lasciare inoperosa la mente durante la lettura (e in questo i nomi scelti dall'autore, molto belli e musicali ma ardui da memorizzare, rappresentano un ostacolo ulteriore) ma anche perché lo stile è, soprattutto nei dialoghi, aspro e scabro come le rocce dei paesaggi montani che Andrea è così abile nel delineare. Gli scambi di battute sono a volte criptici, ma sempre significativi; richiedono però uno sforzo di comprensione in più al lettore.

Questi da qualcuno potrebbero essere visti come difetti, ma ad armonizzare il tutto ci pensa la scrittura, uno stile impeccabile che a seconda delle necessità può attraversare tutta la gamma espressiva tra il lirico e il turpiloquio, e che dimostra una padronanza assoluta dei mezzi tecnici. Mai una frase che non scorra, mai una scelta lessicale sciatta, e in questo Andrea mi ha davvero sorpreso, come uno dei pochi scrittori italiani di fantasy che davvero mi abbiano riportato alla mente illustri predecessori. Molte delle scene descritte sono riuscito senza difficoltà a visualizzarle nella mente, e questo è senz'altro il sintomo di una capacità evocativa di tutto rispetto (e che mi ha lasciato in eredità alcune suggestioni macabre nient'affatto piacevoli).

Certo, qualche piccolo difetto c'è: alla mente mi tornano ad esempio alcuni pensieri in corsivo dei protagonisti, a volte troppo secchi o forzatamente teatrali. Secondo me lo stato d'animo dei personaggi era già ampiamente definito dai dialoghi e dai pensieri espressi in forma indiretta. Un altro difetto potrebbe essere considerata l'alternanza a volte troppo ravvicinata di cambi di punto di vista, che se non ricordo male in un paio di casi non è stata nemmeno annunciata dallo stacco di riga.

la Rocca, un monolite sulla strada dei personaggi
Ma sono piccolezze, soprattutto perché c'è la Rocca; il solo concetto di questi labirintici intrecci di corridoi, sale e grotte scavati nel ventre di un monte e popolati da mostri brutali e a prima vista invincibili mi ha affascinato fin dalle prime pagine, tanto che se i viaggi per raggiungerla fossero stati cinque o sei invece di due, li avrebbe meritati tutti ampiamente. E' come un enorme monolite nero posto da una volontà malefica (ma, scopriremo, nient'affatto aliena) sulla strada dei protagonisti, con il quale dovranno tutti loro fare i conti. Gli orrori che si nascondono al suo interno segneranno dentro ognuno, per sempre e in più di un modo; per qualcuno significando la fine e l'espiazione, per altri invece l'inizio di una nuova vita.

Ci sarebbe molto altro da dire sulla Rocca dei Silenzi (l'intervento delle taccole, la visionaria e ardita scena della resurrezione, il colpo di scena finale), ma sono emozioni che meritano di essere vissute in prima persona. E' per questo che vi consiglio di attraversare insieme ad Andrea D'Angelo il portone scardinato della Rocca e addentrarvi nei meandri senza luce di quest'antica fortezza dell'impero Vercey; probabilmente non troverete la vostra strada come accade ai protagonisti, ma avrete scoperto un fantasy italiano finalmente degno di stare alla pari (se non davanti) a tanti blasonati titoli inglesi e americani.

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Patrick Rothfuss - Il nome del Vento

Pubblicato da Claudio, Giovedì 07 agosto 2008

Il Nome del Vento
Nutrivo una grande aspettativa su questo libro, salutato in America come il fantasy più originale degli ultimi 30 anni, e dico subito che sono rimasto parzialmente deluso. Intendiamoci, sono riuscito a leggere le 800 pagine in pochi giorni, sintomo che Rothfuss sa scrivere in modo avvincente e scorrevole; i suoi personaggi, anche se non indimenticabili, si lasciano apprezzare, e il ritmo è quello giusto.

Il problema principale è che mi sarei aspettato che in un tomo di questo spessore si affrontassero tutte - o quasi - le meravigliose ed epiche avventure di Kvothe, teatralmente annunciate a più riprese dal discepolo Bast al Cronista che ne trascrive la storia (e citate anche nel retro di copertina); ma in realtà il libro si ferma prestissimo, in pratica senza che al protagonista sia accaduto nulla di straordinario (tranne una piccola e poco significativa avventura con un draccus drogato nel finale).

L'universo tratteggiato da Rothfuss, grazie anche a una solida inventiva scientifica e "monetaria", è credibile e coeso, e ci sono anche due brevi racconti nel racconto che aiutano a tratteggiare una sorta di mitologia dei Chandrian (i cattivi del romanzo) e che sicuramente si riveleranno importanti nel prosieguo; i difetti principali, oltre alla già citata inconcludenza di questo primo libro, stanno soprattutto nella prolissità di certe scene che potevano essere tranquillamente tagliate o ridotte, e nell'eccessivo gigioneggiare dell'autore nei dialoghi, quasi sempre troppo arguti e decisamente improbabili se attribuiti a un ragazzo di 15 anni (e questo è particolarmente pesante nel rapporto con Dianne, la "fidanzata" di Kvothe).

Tutto sommato un libro che si lascia leggere, ma con il limite di promettere moltissimo e mantenere ben poco. Resto comunque in attesa del secondo libro, sperando che ci sia più carne al fuoco e che il "barbecue" approntato dall'autore americano sia più sostanzioso!

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Chiara Strazzulla - Gli Eroi del Crepuscolo

Pubblicato da Claudio, Venerdì 11 luglio 2008

Ho finalmente terminato di leggere il secondo romanzo che potrei ascrivere al cosiddetto "Fantasy Baby Boom" (il primo essendo stato Bryan di Boscoquieto di Federico Ghirardi), sforzandomi questa volta di resistere fino alla fine perché, sebbene avessi delle notevoli riserve su questa serie di uscite ravvicinate di autori giovanissimi, non amo dare giudizi basati sulle impressioni o sui preconcetti.

Che dire quindi di questo romanzo, costatomi la spaventosa cifra di 20 euro? Innanzitutto non si può prescidere dall'età straordinaria dell'autrice, che si merita tutti i complimenti di questo mondo per aver scritto un romanzo di quasi 800 pagine, anche con una discreta proprietà di linguaggio, a un'età in cui i suoi coetanei si cimentano con SMS, temi scolastici o, tutt'al più, racconti brevi.

Queste 800 pagine, però, sono fitte di tali e tante ingenuità ed errori di tutti i generi da farmi arrivare a dubitare della professionalità dell'editor che lo ha curato e che ha dato l'assenso alla pubblicazione, e finanche della serietà della storica casa editrice che lo ha pubblicato (con contorno di grande battage pubblicitario).

Di recente, in giro sul web sono nate discussioni (anche molto accese) su dettagli tutto sommato trascurabili del romanzo; piccole contraddizioni e incongruenze che, seppur fastidiose, non sono secondo me il punto focale della questione.

Il problema qui è infatti a livelli ben più grandi, direi macroscopici
Il problema qui è infatti a livelli ben più grandi, direi macroscopici: c'è una struttura di fondo che non regge per nulla, premesse affatto credibili, idee programmatiche che enunciate sembrano valide e "suonano bene" (il mondo salvato dai reietti, dai diversi) ma sono gestite in modo del tutto arbitrario, un "focus" sui personaggi ondivago e approssimativo.

Mi spiego meglio, citando alcune scene.

All'inizio, nella città di Dardamen, quelli che poi saranno i protagonisti della storia (giovani Eterni figli di consiglieri reali, di prodi generali, etc.) sono mostrati mentre spiano dalle finestre della reggia un importante consiglio tenuto dai loro genitori, e incentrato, pare, su una grave e importantissima novità che fa "sbiancare il Re" quando gli viene riferita. Scoperti, vengono sottoposti a una dura ramanzina di tre pagine su quanto origliare e spiare sia indegno del loro rango, etc.; poi la tensione si smorza, sulle labbra di chi li sta rimproverando (il Re, il generale, etc.) affiora un sorriso e i tre vengono lasciati andare con solo un bonario rimbrotto.

Ehm... la principessa è stata rapita
Mentre escono, l'ultimo della fila si volta e chiede quale mai fosse la notizia che ha fatto sbiancare il Re. I consiglieri si guardano smarriti e uno dice: "Ecco... la Principessa... ehm... è stata rapita".

Lascio giudicare a voi la credibilità di una scena simile.

Ordunque: chi può salvare la principessa, rapita dal Signore delle Tenebre (sic)? Secondo l'autrice, solo il gruppo di ragazzi di cui sopra, composto appunto dai figli dei più grandi eroi e signori degli Eterni, appena usciti dal Collegio e senza nessuna esperienza pratica. Durante una delle lunghe e noiose introspezioni (guarnite da un'incredibile quantità di domande retoriche), il protagonista Lyannen decide che la loro si chiamerà la "Compagnia dei Rinnegati", e a questo punto mi piacerebbe capire perché.

La Compagnia dei Rinnegati: ma perché?
Tra di loro infatti l'unico "rinnegato" potrebbe essere proprio Lyannen che, mezzomortale (però ugualmente immortale e amato dalla Principessa rapita), invece di essere alto due metri e mezzo come gli altri è alto solo due metri e ha i capelli neri invece che biondo oro. Queste sue caratteristiche lo hanno sempre fatto guardare con sospetto dagli altri Eterni, tanto da farlo sentire diverso, escluso.

E io dovrei simpatizzare per le sorti di un popolo che giudica i suoi figli con un'ottica paurosamente simile a quella nazista... ma tant'è.

Un viaggio totalmente inutile
La cosa però davvero incredibile è che intorno a pagina 570, il viaggio compiuto da questa autoproclamatasi Compagnia dei Rinnegati si svela del tutto inutile, perché i giovani Eterni finiscono nella fortezza di Syrkun dove ritrovano i battaglioni d'elite partiti, dopo di loro, dalla stessa città di Dardamen. Quindi, se invece di avventurarsi tra i boschi in mezzo a mille pericoli fossero partiti insieme all'Alavento e al padre di Lyannen, il famoso Generale, sarebbero arrivati nello stesso posto in pochi giorni di marcia e con forze di supporto ben più significative. Incredibile come non ci sia una-motivazione-che-sia-una per questa decisione.

Tutti i punti deboli minuto per minuto
Sono moltissimi altri i punti deboli di questo libro: le descrizioni minuziose (da tre quarti di pagina in su) e particolareggiate di ogni singolo personaggio fino ai più insignificanti monili di cui è adornato; i vezzi e le frivolezze di personaggi che dovrebbero essere prodi e saggi guerrieri millenari e che si divertono a "scoppiare le bolle" (sic!) in schiumosi bagni rilassanti nel bel mezzo di una disastrosa guerra che sta annientando il loro popolo; l'amuleto magico che, da perfetto deus ex machina, distrugge la Tenebra (la spiegazione del perché non sia mai stato usato per fermare la guerra, anche a costo di gravissime perdite, è di un'ingenuità disarmante); un provvidenziale voltafaccia finale che permette ai buoni di svicolare da una situazione apparentemente compromessa; continui e stucchevoli riferimenti alla bellezza fisica dei protagonisti (tutti uguali: alti, sottili e dai capelli d'oro); dialoghi per nulla credibili e introspezioni lunghe e noiose in cui tutto è raccontato e non mostrato (sembra di essere sempre fuori fuoco, di essersi persi i momenti importanti della vicenda e che l'autrice ce li debba raccontare a posteriori) e potrei continuare quasi all'infinito (la lotta di cinque Eterni contro trentasei (!) centauri, affrontati come nei videogiochi dei bei tempi, uno alla volta; Slyman che apprende per la prima volta il termine ka-da-lun e poi dopo 30 pagine dei ka-da-lun recita una precisa descrizione scolastica; residui di quella che è forse una stesura precedente nella quale Ventel, fratello di Lyannen, è davvero morto e di lui si parla al passato mentre è lì presente; combattimenti dallo svolgimento improbabile, il millenario valoroso generale Greyannen con la fissa delle treccine, le perline e i fermagli nei capelli, che si comporta come una pallida imitazione di Jack Sparrow, etc. etc.)

Come bruciare un potenziale talento
E' un peccato, perché la Strazzulla padroneggia discretamente bene l'italiano, ha una buona facilità di scrittura, ma il suo talento andava aiutato e sorretto, fatto crescere; e invece mandandola allo sbaraglio così si finisce per bruciarla, insieme a una buona dose della credibilità dell'Einaudi. Quest'ultima, nel suo lancio promozionale, è arrivata ad affermare che la sua apertura al fantasy è stata dovuta alla solidità della proposta della Strazzulla; ma purtroppo questo libro è solido come l'acqua fresca, e come l'acqua scivola via senza lasciare nulla.

Catalogato in: Recensioni,Rampogne e reprimende

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Fanboy!

Pubblicato da Claudio, Domenica 06 luglio 2008

Ho sempre pensato che gli atteggiamenti da fanboy non facessero per me. Passati i 15 anni, non ho mai più capito la passione sfrenata per un gruppo, un cantante, un attore... eppure oggi mi sono trasformato anche io in uno scatenato fanboy, nel momento esatto in cui ho scoperto che a distanza di anni è uscito il secondo album degli E.S. Posthumus.

Chi?, direte voi... e so benissimo che ne avete tutte le ragioni, i Posthumus sono pochissimo conosciuti, ma secondo me fanno la migliore musica concepibile. Immaginate le possenti colonne sonore dei blockbuster hollywoodiani, epiche e vigorose, ma trasformate in brani ascoltabili di 3/4 minuti, con evocativi inserti etnici e world, il tutto abbracciato in un concept che vuole evocare lande fantastiche e perdute città dell'antichità (e ci riesce benissimo).

Traccia dopo traccia del nuovo doppio CD, Cartographer, continuo a restare basito di fronte alla regolarità con cui Helmut e Franz Vonlichten (pseudonimo usato da due fratelli americani, compositori di jingle per trailer cinematografici) riescono a esprimere compiutamente nella loro musica il mio esatto ideale artistico. E questa volta hanno portato con loro anche una vocalist eccezionale, Luna Sans, che canta sulle cinematiche armonie del primo CD di Cartographer (il secondo infatti è interamente strumentale) in una suadente lingua inventata dagli stessi fratelli.

A questo punto direi che un ascolto è più che consigliato, per vedere se gli E.S Posthumus fanno anche per voi. Sul loro sito ufficiale potrete ascoltare interamente i brani del bellissimo primo CD, Unearthed, e numerosi appetizers di questo nuovo Cartographer. Occhio, però, perché la loro biografia è totalmente inventata :)

Bene, adesso sapete quale sarà il sottofondo del mio prossimo romanzo!

Il sito ufficiale degli E.S. Posthumus

Il MySpace di Luna Sans

Catalogato in: Recensioni,Vita quotidiana

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