Pubblicare a pagamentoPubblicato da Claudio, Venerdì 09 maggio 2008 ![]() Non è certo questo il luogo per affrontare una discussione articolata sullo spinoso argomento del pubblicare a pagamento; dico solo che per me, in linea di massima, è sbagliato pubblicare un libro a proprie spese, come lo è versare un contributo (piccolo o grande che sia) all'editore per la pubblicazione, ma riconosco che ci sono infinite sfaccettature alla questione (deriva profit-oriented dell'editoria attuale, frustrazione per la difficoltà persino di far valutare i propri manoscritti, i tempi biblici da attendere per avere una risposta - eccetto certi grossi editori ben organizzati, che riescono a spedirti una lettera di rifiuto - ovviamente prestampata - persino prima che sia arrivata la ricevuta di ritorno postale del tuo manoscritto). La cosa però che in questo caso mi ha fatto rabbia è il sottotitolo del sito Il Mio Libro, che vedete riprodotto nella foto in alto. Per mia esperienza, il 90% di quello che gli aspiranti autori hanno scritto NON DEVE essere stampato :) Catalogato in: Rampogne e reprimende
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pubblicato il
10.05.2008 alle
15:45 da
LotharB
Parliamo la stessa lingua, ragazzi miei, e la pensiamo nello stesso modo...
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pubblicato il
15.05.2008 alle
12:53 da
Mirtilla
Mi unisco al coro, anche per me iniziative come queste lasciano il tempo che trovano. Però, e tanto è lì che si va parare, sono iniziative che riscuotono successo in termini di pubblico e quindi, nell'epoca del web 2.0 e della voce degli utenti a tutti i costi, gli editori ci investono.
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pubblicato il
19.05.2008 alle
20:57 da
arianna
Giusto, sono d'accordo con LotharB. Se proprio ti senti un novello Walt Whitman (Foglie d'erba l'ha fatto stampare lui e lo vendeva porta a porta) vai dal tipografo sotto casa che di sicuro costa meno.
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Sono d'accordo. Il fatto è che l'editoria italiana è particolare, d'altronde come il mercato che va a gestire. Pubblicare a pagamento non ha alcun senso, se non è finalizzato a stampare qualcosa giusto per ricordo o da regalare agli amici.
Ma a quel punto mi pare superfluo rivolgersi a un editore del genere, che è a tutto gli effetti un tipografo, non una persona competente che lo fa di mestiere e rischia puntando su qualcuno, com'è giusto che sia.
Anche perchè, parliamoci chiaro, chiedere un contributo vuol dire anche ammettere che alla tua opera è la casa editrice stessa a non crederci per prima. O no?